
Come sono cambiate, in quarant’anni l’industria internazionale e quella italiana. E’ da qui che parte l’analisi di Gaetano Fausto Esposito, direttore generale del Centro Studi Tagliacarne, contenuta nell’articolo “Dalla manifattura al populismo: 40 anni che hanno cambiato l’Italia” dell’Huffpost.
Negli anni Ottanta l’Europa rappresentava circa il 28-30% della produzione industriale mondiale, gli Stati Uniti si attestavano intorno al 25%, il Giappone rivestiva un ruolo di primo piano con circa il 15%, mentre la Cina non raggiungeva il 5%.
Oggi la Cina domina lo scenario mondiale con il 30%, ed è la principale manifattura del mondo: l’Europa è scesa al 15-18%, gli Stati Uniti al 17%.
Spostando l’attenzione sull’Italia si rileva come il valore aggiunto dell’industria sul totale dell’economia fosse del 33% nel 1986 mentre oggi è ridotto di un quarto.
“Erano gli anni dell’affermazione dei distretti industriali del Made in Italy, della diffusione della piccola impresa e di percorsi imprenditoriali che spesso nascevano dall’esperienza di famiglie operaie”.
Secondo Esposito il declino dell’industria ha avuto forti ripercussioni sul tessuto sociale dei territori locali. Oggi sono 71 le province con un valore aggiunto pro capite inferiore alla media italiana, contro le 68 di quarant’anni fa. È però il Nord-Ovest l’area in cui questa situazione si è aggravata maggiormente.
La crisi dell’industria manifatturiera, e dei valori a essa associati, ha prodotto come effetto la nascita di un voto di protesta e l’aumento di formazioni politiche orientate al populismo.
“Da qui nasce una domanda cruciale: per restituire maggiore stabilità a una classe media che si è sentita, spesso non senza ragioni, penalizzata da queste trasformazioni, non è forse necessario rilanciare una nuova stagione di fiducia nella manifattura?”.
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