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Il Made in Italy cambia pelle: chi traina oggi l’export italiano?

Screenshot del titolo dell'articolo con foto a tema export sullo sfondo

L’Italia continua a confermarsi una delle grandi potenze esportatrici mondiali. Dopo aver superato nel 2025 i 640 miliardi di euro di beni esportati, con una crescita del 3,3% rispetto all’anno precedente, quest’anno il valore delle vendite all’estero potrebbe avvicinarsi ai 670 miliardi. Un risultato che testimonia la capacità competitiva del sistema produttivo nazionale, ma che al tempo stesso racconta un Paese molto diverso da quello evocato dalla narrazione tradizionale del Made in Italy. Lo scrive Gaetano Fausto Esposito, direttore generale del Centro Studi Tagliacarne, nell’articolo “Il Made in Italy cambia pelle: chi traina oggi l’export italiano?”, pubblicato sull’Huffpost. 

La struttura dell’export italiano sta cambiando. I numeri mostrano infatti un’elevata concentrazione delle esportazioni. Le imprese esportatrici sono poco più di 126 mila, ma soltanto 82 mila hanno mantenuto una presenza continuativa sui mercati esteri negli ultimi tre anni. È proprio questo nucleo di aziende a generare la quasi totalità dell’export nazionale. Restano circa 44 mila imprese che esportano in modo occasionale, spesso di dimensioni ridotte e con una presenza internazionale non ancora strutturata. “Si tratta di una dinamica che evidenzia una crescente selezione tra gli esportatori”, evidenzia Esposito. 

Lo sprint delle grandi aziende
Il cambiamento più significativo emerge osservando la natura delle imprese protagoniste dell’export. Le multinazionali rappresentano poco più del 20% delle aziende che esportano con continuità, ma sono responsabili del 65% delle esportazioni italiane. Una concentrazione che impone una riflessione sul ruolo crescente delle grandi imprese nella competitività internazionale del Paese.
La questione assume un valore ancora maggiore considerando che una parte rilevante di queste multinazionali è a controllo estero. Nel 2025 le esportazioni delle imprese multinazionali straniere presenti in Italia sono cresciute del 3%, contro l’1,7% registrato dalle multinazionali italiane. Il tema, tuttavia, non riguarda una contrapposizione tra capitale nazionale e capitale straniero. Piuttosto, segnala una trasformazione del modello produttivo italiano, sempre più integrato nelle catene globali del valore e sempre più legato a grandi gruppi internazionali che scelgono il Paese come piattaforma produttiva per servire i mercati mondiali.

Nuovi settori si fanno strada
Sta cambiando anche la composizione settoriale delle esportazioni. Nell’immaginario collettivo il Made in Italy coincide con i comparti del “bello e ben fatto”, come: 

  • moda,
  • arredamento,
  • design, 
  • agroalimentare.

Tuttavia, una parte fondamentale della competitività italiana continua a poggiare sulla meccanica e sull’automazione industriale, settori meno visibili al consumatore finale ma determinanti per la bilancia commerciale nazionale.
Da soli, questi comparti generano infatti un saldo commerciale positivo superiore a 57 miliardi di euro, capace di compensare gran parte del deficit energetico del Paese. Nonostante ciò, anche la meccanica ha progressivamente ridotto il proprio peso relativo nell’export nazionale.
Nel 2015 il cosiddetto Made in Italy tradizionale, comprendendo anche l’automotive, rappresentava circa il 67% delle esportazioni italiane. Oggi la quota è scesa intorno al 62%. L’agroalimentare ha guadagnato terreno, aumentando di circa due punti percentuali il proprio peso sul totale. Ma la vera protagonista della trasformazione è la farmaceutica.
Dieci anni fa il settore valeva meno del 5% delle esportazioni italiane. Oggi sfiora l’11%, diventando uno dei comparti più dinamici dell’intera economia nazionale. Non è cambiata soltanto la sua incidenza sul totale delle esportazioni. Se nel 2015 il saldo commerciale farmaceutico era negativo, nel 2025 il settore registra un avanzo con l’estero di 11,3 miliardi di euro. Un segnale dei tempi che cambiano. La sfida, per il futuro, sarà quella di integrare il sistema che poggia sulla rete delle Pmi e dei distretti con quello, a forte connotazione innovativa, delle multinazionali. 

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