
Mismatching e produttività del lavoro sono due questioni centrali per il Paese. Lo scrive Gaetano Fausto Esposito, direttore generale del Centro Studi Tagliacarne, nell'articolo "Giovani, salario e produttività: il paradosso italiano" pubblicato sull'Huffpost.
In entrambi i casi il problema è riscontrabile nelle retribuzioni. Perché la divaricazione tra domanda delle imprese e offerta di profili adeguati nasce anche dall'incapacità, da parte del sistema produttivo, di offrire posizioni competitive in termini di salari.
Il mismatching, analizzato nella sua ricaduta, si associa a una minore produttività nell'ordine dell'11% (fonte Centro Studi Tagliacarne) e un costo di 2 miliardi di euro per l'intero Paese.
Scarso appeal
Quanto ai giovani, emergono diversi aspetti significativi:
- sulle retribuzioni d'ingresso l'Italia, in Europa, è in coda alla classifica davanti solo a Spagna e Polonia;
- a un anno dalla laurea la retribuzione media si aggira intorno ai 1.300/1.400 euro al mese (fonte AlmaLaurea);
- a cinque anni, chi lavora all’estero percepisce in media quasi il 60% in più rispetto a chi è rimasto in Italia.
Il problema sta probabilmente nel fatto che legando le retribuzioni alla produttività corrente, il capitale umano viene considerato come un costo fisso a rendimento costante. Ma non è così. "Sappiamo, ad esempio, che le imprese che investono nella doppia transizione — digitale e green — e accompagnano tali investimenti con politiche di formazione e valorizzazione del capitale umano registrano una crescita della produttività superiore rispetto a quelle che investono solo in tecnologia", evidenzia Esposito.
Un altro effetto si riscontra - secondo Cnel, Istat e Centro Studi Tagliacarne-Unioncamere - nell'aumento dell'inattività tra i giovani: su 12 milioni oltre la metà (6,1 milioni) è inattiva mentre 5,2 milioni sono occupati.
Il caso Sud
Se non si affronta la questione in maniera strutturale, focalizzandosi sulla retribuzione come investimento e non come costo fisso, il rischio è quello di disperdere ingenti risorse - sia pubbliche che private - impiegate per la formazione del capitale umano. Nel Mezzogiorno, secondo quanto rileva la Svimez, i flussi migratori verso il Centro-Nord e l’estero comportano una perdita netta di investimento formativo di circa 8 miliardi di euro.
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